I due ritardatari... PDF Stampa E-mail
Domenica 16 Dicembre 2012

Non so quanto sia opportuno, se questo è il termine più appropriato, raccontare una piccola appendice all’uscita di domenica scorsa, che non so neppure se effettivamente è degna di nota, ovvero il ritardo di un’ora e mezza circa con cui lo scrivente ed Umberto sono sbucati fuori dal Chiocchio. La prospettiva, ovviamente, è quella di chi stava dentro, e non di quelli che stavano fuori “ad aspettare”, e forse proprio in questo potrebbe risiedere un minimo di interesse, sufficiente, si spera, a dedicare qualche minuto alla lettura di queste righe.

Sempre molto difficile è capire quali siano le spinte più profonde dell’agire umano. Ci si affannano da secoli uomini di chiesa, filosofi, e da ultimo psicologi, psichiatri e quanti hanno a che fare con la comprensione delle profondità dell’animo e dei suoi effetti, vale a dire le azioni.

A maggior ragione può risultare difficile in tale occasione, anche considerata la sua banalità, ma forse la cosa in realtà è abbastanza semplice, essendo nato tutto da una pura casualità.

Tutto è nato, infatti, da una sosta di circa un’ora e mezzo che ha visto i due protagonisti della vicenda fermi in coda al gruppo ad appena 15 metri dall’imboccatura della grotta, ed in prossimità del primo pozzo.

Come si sa, l’attesa in grotta ha molti effetti, il più noto è il freddo, ma in questo caso, avendo coinciso con i primissimi metri deve aver innescato un processo di accumulo di energie, sulla cui più profonda origine sarebbe difficile indagare, direttamente proporzionale al passare del tempo. 

Quando è giunta la notizia che a causa dell’acqua non si poteva scendere oltre il primo pozzo da 15, e che quindi si era deciso di tornare indietro, si prospettavano due possibilità. La prima era quella di accettare serenamente lo “smosciamento” psichico, ma direi anche fisico, visto il turgore delle membra (attenzione:ho usato il singolare) conseguente all’infreddolimento. La seconda era quella  di scendere almeno fino a dove erano giunti gli altri, se non altro per non essere da meno.

Sceso il primo pozzetto veniva riferito che si poteva scendere anche su un altro, anche se la possibilità di bagnarsi era molto alta, e forse si poteva ridurre mettendo un deviatore.

Avviatisi verso l’imboccatura, Umberto ad un certo punto si fermava presso una risalita. Lo scrivente, invece, avendo visto che i fili telefonici del soccorso continuavano a scendere, ha preferito seguirli.

Giunti al pozzo, effettivamente c’era una piccola cascatella. Ma erano scesi prima, si poteva scendere anche adesso.

Credo che quando ci sia l’acqua di mezzo, ti si risveglia qualcosa che se ne sta lì sopito a tua insaputa. Non sai se è qualcosa di atavico … di certo ha a che fare con l’infanzia. E così, mentre scendi, ti arriva la prima goccia, poi prendi un bello scroscio perché non ti sei staccato dalla parete, un po’ d’acqua ti si infila nel collo, ma invece di trovare la cosa fastidiosa, tutto risulta piacevole e divertente.

Sceso alla fine del pozzo, che fai, te ne torni subito indietro …? Ormai il gioco si fa interessante, e così uno decide di andare a dare solo un’occhiatina a quello che c’è dopo … E  dopo vedi una serie di saltini con un bel ruscelletto che scende nel ventre della montagna … e non ne fai neppure uno … e non provi a farne un altro e poi un altro ancora … tanto ormai sei abbastanza zuppo e non ti preoccupi più di fare attenzione a dove metti i piedi per non bagnarteli. Ti senti caldo perché hai dentro tutta l’energia che ti da il movimento e l’eccitazione dell’animo. Anche perché le sonorità dell’acqua danno alla grotta  una atmosfera tutta particolare, che forse non ritroverai mai più. Certo, queste considerazioni le fai adesso, ma al momento la situazione te la godevi senza tutte queste riflessioni, d’altronde se le cose le devi raccontare non c’è alternativa.

Poi ad un certo punto si è fatta viva una vocina, forse la stessa che quando si faceva tardi ti diceva che era ora di tornare a casa da mamma, e così prendi e ritorni indietro, anche perché mica sai che fine ha fatto Umberto.

Quando torni su te lo ritrovi all’imboccatura del pozzo. E allora … altro giro …. altra corsa. Ora scende lui e ci si da appuntamento alla saletta prima del pozzetto che porta all’uscita. Ho pure le pile mezze scariche.

Ogni tanto anche l’attesa è una cosa piacevole, se ovviamente non hai freddo. Spegni la luce, ti concentri sul silenzio oppure sui rumori, e magari pensi. Poi da poco ho trovato un rimedio contro il freddo molto efficace: cantare o fischiare.

Non so bene perché funzioni. Una prima spiegazione è che ti distrai. Ma secondo me ce ne anche un’altra, ed è quella che comunque il corpo si muove. Ho sentito ad una trasmissione un cantante lirico che diceva che aveva molto migliorato le sue prestazioni imparando anche a lavorare con le gambe! Così ho capito che quelli quando cantano devono fare degli sforzi enormi.

Comunque state tranquilli. Non capiterà di cantare quando c’è qualcun altro: mi vergognerei.

Canta che ti canta, con il sottofondo dell’acqua, ma Umberto non si vede. Quanto sarà passato? Boh! Peraltro la luce è poca, e non ho neppure l’illuminazione di riserva. Va be’, andiamo a vedere che sta combinando. Riscendo il primo pozzo, e come mi affaccio ai saltini, ti vedo una lucetta fioca che ondeggia nell’oscurità. Meglio così, sto più tranquillo. Quando ci rincontriamo, ovviamente non riesco ad evitare di commentare il “modo” anomalo con cui ci siamo comportati, nel senso che non mi sembrava proprio ortodosso che uno scendesse senza l’altro, e che poi quando quello era risalito, scendeva quell’altro. Insomma non ci si dovrebbe comportare così, ma mi sembra che il discorso non abbia molto interessato il mio compagno.

Una volta usciti, non è che proprio abbiamo trovato il comitato d’onore … anche perché iniziava a serpeggiare una certa preoccupazione e quindi di era accumulata della tensione che è sfociata in una piccola discussione conclusa in modo spiccio da Umberto con l’ostentazione del dito medio, una citazione classica visto che, a dispetto di quanto si pensa circa la sua origine anglosassone, fa parte della gestualità dei romani.

Ovviamente tutto quanto successo, come era naturale, si è sdrammatizzato durante la cena a Taizzone con le scuse ufficiali di Umberto (per il dito o per il ritardo? Non ricordo bene).

Questa, ovviamente, e la mia/nostra versione dei fatti. Abbiamo sicuramente peccato di egoismo, ma quale bambino non è un po’ egoista quando si diverte ?

(testo di F. Boanelli)