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Inghiottitoio dell'Erdigheta - ramo Matrix |
dal 26/09/2009 al 27/09/2009 |
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Luigi Russo, Valerio Olivetti, Paolo Turrini |
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(testo di Luigi Russo)
Eravamo in tre quest'estate a decidere, tre che hanno cercato di vivere al meglio il tempo estivo, quel tempo che ti asciuga, ma che non ti fa invecchiare.
Dolomiti, Matese, Frosolone, Gran Sasso, le stupende falesie di Gaeta e poi il mare, liquido, che ti bagna e non ti fa soffrire per il freddo. In tre eravamo tutti e uno solo: un unico insieme.
Ora, Federica è dovuta andare “lontano” e al suo posto si è sostituito Paolo Turrini, uno dei quattro Moschettonieri Rossi (Federica Antonucci, Valerio Olivetti, Paolo Turrini e Luigi Russo, nelle loro imprese esplorative al Ramo dell'Invidia 2009 in PdN).
Uno peggio di lui non si poteva proprio incontrare. Folle, con progetti sempre vivi, a tratti assurdi... un ottimo amico, uno che vuole solo esplorare, uno tremendo.
Con Valerio e Paolo si parla solo di esplorazioni in grotta e del piacere che ci trasmette l'ignoto quando siamo noi ad illuminarlo per primi. “Si è spento il sole...”, dice il poeta, ma noi ci accendiamo i led e con luce propria, giù fino ad esplorare.
Erano mesi che gli amici mi parlavano di questo buco: l'Erdigheta, il Ramo Matrix e delle svariate pillole colorate. Tutte storie di vecchie esplorazioni.
È dalla spedizione in Montenegro che questa idea mi gironzola dentro.
Entrare in una grotta nuova, in una regione nuova, è qualcosa di semplice, qualcosa che si sa già fare: basta vestirsi, accendere i led, appendersi ad una corda e scendere. Ma nell'Erdigheta è qualcosa di diverso: lì si striscia solo e per sempre e in uscita una strana noiosa vomitevole simpatica monotonia ti prende al petto e alla testa (per non dire gambe-braccia).
Entrare è classico, semplice, facile: di solito si prosegue in discesa e anche un sacco pesante, non t'impiccia per niente; scivola da solo, devi solo star attento a non farlo volare in qualche approfondimento di meandro. L'Erdigheta è un meandro continuo con solo due identità: alto e stretto.
Andare per il Ramo Matrix ed arrivare a quello che chiamano campo avanzato è gioco per persone allenate; in pratica in poche ore eravamo già lì e con una sola idea: superare il lago semisifonante del fondo, termine visto dall'ultimo uomo nel 2004, se non sbaglio, durante una punta di rilievo.
Noi vogliamo passarlo e spingerci verso il boh.
Poi per forza dovrò raccontarvi cosa ci siamo detti nelle ore che ci hanno assalito durante l'uscita: da soli, a tratti ci siamo rivisti e poi abbandonati, ma in compagnia solo di noi stessi. In alcuni punti mi sono trovato ad essere una folla di persone, a parlare con altri me stesso, a litigare e poi a cantare un improvvisato Scat. Ma questa è una storia che cercherò di raccontare solo dopo, alla fine di questo scritto.
Ebbene, dal campo avanzato si arriva al lago semisifonante in pochi minuti (circa 30) sempre nello stesso meandro (Ridatemi la pillola rossa), solo che le pareti ti regalano uno spesso strato di fango che ti appesantisce, per non dire sfinisce. Ho sempre odiato il fango e per tutta l'estate non ne ho visto nemmeno l'ombra. Ora, l'Erdigheta, si mostra nel suo aspetto estenuante.
Al termine della grotta ci ritroviamo tutti e tre. Diamo un'occhiata al passaggio allagato. Niente aria, o solo un leggero alitino che succhia. Ma sarà vero quello che Valerio ha sempre ripetuto?: “un'aria che ti spegne la fiamma!”
Cominciano i primi silenzi, i menefreghismi penetrano ogni nostra identità. Ognuno di noi avrà sicuramente pensato che compiere un atto del genere è cosa solo per pazzi.
Comunque la decisione tarda a concretizzarsi e nel frattempo sguardi intorno e ogni occhio che ho guardato ha sprizzato di voglia matta, ma una voglia dura da percepire.
Poi è stato semplice: “di chi è la muta? Facciamo che passa per primo chi si è portato la muta. Poi magari ci fa sapere...” E quanto abbiamo organizzato Valerio ed io, senza dircelo, convincendo Paolo, proprietario dell'oggetto muta, a spogliarsi e ad osare per primo.
In effetti io e Valerio avevamo leggere calzamaglie, indumenti veramente poco adatti all'acqua fredda di una grotta.
E Valerio ha coniato subito una massima: “grotta = led; pozzo = corda; ignoto = esplorazione; acqua = muta. É indispensabile la muta...”. E Paolo ci casca, ma è la sua follia da esploratore che lo ha spinto. Questo lo sappiamo. Improvvisamente gli cominciano a brillare gli occhi, poi urla di dolore e infine suoni di sciacquittio: è l'acqua del semisifone che si muove e Paolo è già passato. Ci urla che va un po' avanti e che la grotta continua. Dopo pochi minuti torna silenzioso. Io e Valerio ce ne stiamo piegati fin dove si può stare senza bagnarsi e dentro, ognuno di noi, in silenzio, ha sognato una fessura stretta, impossibile per le dimensioni umane.
Vediamo Paolo sbucare bagnato marcio di fango, con i suoi modi un po' buffi, scoordinati, impacciati... Ma è il luogo ha costringerti a tali danze.
“Allora, che dici? PARLA!!” Unisona richiesta di aiuto.
“A ragà... ESPLORAMOOO!!!”
Cazzo, è fatta, tocca spogliarsi e passare. Ma sì, e chi se ne fregaaaaa!
E parole lette chissà dove mi girano per la testa: “Essi hanno detto: sei diventato pazzo per Colui che ami. Io ho detto: la vita ha sapore solo per i pazzi”.
Una volta che sei in equilibrio nella fangazza-merdazza il gioco è fatto: spogliarsi è cosa da ragazzi. Rifare i sacchi-stagno, è solo un fattore di tempo. La schiena sempre piegata è cosa disumana, ma reale, e una volta che sei bagnato vuol dire che stai passando. Quando ti sei rimesso nuovamente in estremo equilibrio, e che hai bestemmiato ben bene e che rivestito riprendi calore, valuti che sei passato nel budello-merdoso senza rimanerci secco. Venti metri di semisifone, un pezzo vergine di meandro largo e finalmente il trapano fora per dar spazio ai fixe. Arma Paolo, a lui l'onore. Si scende il primo pozzo: bello, levigato, profondo almeno 15 metri. Improvvisamente ci rendiamo conto che la grotta ha cambiato faccia e che la voglia è matta. Gli ambienti sono finalmente larghi; certo, simili all'Erdigheta classica, ma senz'altro più comodi.
Alla base del pozzo cerchiamo di ripulirci dal fango preso durante i passaggi a monte del semisifone, poi: imbuchiamo il nuovo meandro, chiaro, fangoso solo sul tetto. Lo si percorre alla base. Arma Valerio. Nuovo salto. Nuovo meandro. Armo io: “un saltinooo!”. Poi un pozzo più alto. Un P13. Poi Paolo, poi Valerio... Così per 200 metri circa di sviluppo e una settantina in profondità, consumando quasi tutto quello che avevamo (15 attacchi, 90 m di corda). Sul nuovo salto da scendere tiriamo gli armi al massimo, perché la corda non basta. Poi Valerio atterra e si affaccia su un nuovo pozzo da 4/5 metri. Di là ancora meandro, largo.
Ecco, l'esplorazione finisce sempre in coincidenza con la fine dei materiali. Che cazzo però! É tutto sempre così matematico. In questi casi non esiste magia fattibile e restano solo i sogni e la dura realtà che bisogna rilevare la grotta esplorata.
Si magia qualcosa e si pensa all'uscita, ma nessuno lo dice. Da qui in poi ognuno di noi è stato il multiplo di se stesso. Io per lo meno ho bestemmiato alla grande. Me la sono preso principalmente col sacco pesante, sempre più tremendamente pesante, sempre più flaccido, sempre più rompipalle e cucito male. Quando mi è cascato sotto a quell'insignificante saltino da due metri non ho avuto nemmeno la forza di ridiscendere per prenderlo. Ho preferito aspettare Paolo una decina di minuti per farmelo passare. Ogni passo indietro servito a scastrarsi è stato terribile. Poi tumefazioni su braccia, su gambe. “Che te lo dico affare!!”.
Tremendamente infinita l'uscita, ecco. Un chilometro e passa di meandro stretto, laminoso, a tratti fangoso, scivoloso, spettacolare. Per chi non la conosce e ci va per la prima volta, l'Erdigheta è veramente un'esperienza allucinogena. Ricordo che con Paolo, in un momento in cui ci siamo incontrati, ci siamo chiesti se non poteva essere di stare in un girone degli inferi e che magari, il giorno prima, proprio nell'avvicinamento a Carpineto Romano, in quell'attimo in cui Valerio aveva superato follemente i 60 km/h, non ci fossimo schiantati contro un albero e che ora, tutto questo meandro, non era altro che la condanna eterna per chi nella vita ha peccato: “perché tu, Paolo, di la verità, hai peccato eh?”.
Poi finalmente fuori, con l'ultima luce del giorno, con 23 ore di grotta, contenti e gasati, con sprazzi di nuova voglia già in circolo nelle vene.
Ci ritorneremo, esploreremo ancora ed impareremo a superare i suoi tratti cattivi con maggiore eleganza. |
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